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domenica 17 novembre 2019

Essere Compagni del Creatore

Quando Nietzsche, il filosofo dell’800, scrisse le parole “Dio è morto”, questa
sua premessa stava a significare che il mondo non vedeva più motivo di credere in
un potere più alto come stato ultimo di saggezza ed illuminazione. All’inizio del XXI
secolo, tuttavia,Dio non fu più “morto”, ma invece molti libri nuovi apparvero
riportando Dio in vita in modi nuovi sorprendenti.
Nuovi punti di vista, che fondono le scoperte paradossali della fisica quantistica
con gli studi moderni della natura transpersonale della mente umana, hanno
proposto una connessione intima fra Dio e la coscienza stessa. Queste nuove
opinioni segnano la tendenza di portare Dio giù dal cielo e nei nostri cuori,
trasformando Dio da una semplice figura paterna distante in un elemento creativo
centrale che cerca consapevolezza ed espressione all’interno di ogni essere
umano.
Pur usando un linguaggio biblico convenzionale, il punto di vista di Edgar Cayce
su Dio precedette questo sviluppo profondo dell’immagine che abbiamo del
Creatore. Fornì un fondamento logico unico che ci permette di dedicarci alla nostra
esplorazione personale del significato di questa realtà nella nostra vita. Tanto per
cominciare, c’è uno scopo, Cayce sostiene, per cui Dio ci creò. Quello scopo è la
chiave alla nostra esperienza della verità dietro un grande mistero. Dio ci creò,
secondo le letture di Cayce, allo scopo di avere compagnia.
Quando chiesero ad Edgar Cayce di descrivere se Dio è una figura genitoriale
amorevole o una forza impersonale, la sua risposta fu che entrambe le cose sono
corrette. Cayce fece inoltre l’affermazione sbalorditiva che, invece di essere in
disparte e separato dall’umanità, il desiderio di Dio è fondamentalmente di far
entrare una consapevolezza del divino nella fisicità e nella terza dimensione
attraverso ognuno di noi. Celata nelle conseguenze di quello che Cayce sta
proponendo troviamo una teologia molto più radicale che implica il bisogno
autentico che il Creatore ha di noi nello sviluppo continuo della Creazione. L’idea di
“compagni del Creatore” non sembra un’idea radicale, perché il calore
dell’immagine ci evita di contemplare domande imbarazzanti come “perché Dio,
che crediamo essere Totale, Onnisciente e Onnipotente, avrebbe bisogno della
nostra compagnia? Che cosa noi mortali potremmo mai aggiungere a Dio? Che
cosa darebbe a Dio la nostra compagnia?
Mentre stava scrivendo il capitolo sulla “Filosofia” nella biografia di Cayce “Vi è
un fiume - La Storia di Edgar Cayce” [in Italia pubblicata da Anima Edizioni],
l’autore Thomas Sugrue fece una serie di domande in una lettura sulla natura di Dio
e lo scopo di Dio nel creare il genere umano. La risposta fu che Dio potrebbe
essere descritto nel modo migliore in termini di unità e amore e che le anime erano
state create dal desiderio di Dio di compagnia. Questo lascia intendere che la
natura di Dio è fondamentalmente connettività con tutta la Sua creazione, e
connettività ed amore possono essere provati soltanto in relazione con altri esseri.
Considerate le vostre esperienze personali con la compagnia. Per esempio,
quando andate a fare un viaggio, che cosa contribuisce alla vostra esperienza il
fatto che siete in compagnia? Spesso viene valorizzato per il fatto ché “condividete”
un’esperienza con un’altra persona. Quando il nostro compagno riflette le nostre
osservazioni (p.e. “sì, ho capito cosa intendi …”), la nostra impressione soggettiva
riceve una conferma oggettiva. Vedere la nostra esperienza rispecchiata da
qualcuno ha un effetto importante – la rende più vera! Uno specchio, sia nella
nostra vita sia nella mitologia, ha delle potenzialità molto speciali per aggiungere
qualcosa alla nostra esperienza di noi stessi.
Siete mai stati affascinati nell’osservare un animale davanti ad uno specchio?
Ciò che lo rende così affascinante è la nostra consapevolezza che l’animale possa
riconoscere il proprio riflesso. Dalla nostra esperienza personale sappiamo che
guardare in uno specchio ci dà un’esperienza di noi stessi da un punto di vista
esterno, oggettivo. Gli studi sulla coscienza fanno capire che siamo come animali
che inconsapevolmente si trovano di fronte ad uno specchio. Ora sappiamo che
viviamo in una “realtà virtuale”, come per confermare l’antica nozione di “maya” che
viviamo nell’illusione di un sogno. La nostra esperienza di ciò a cui pensiamo come
realtà esteriore è in realtà un riflesso rispecchiato della nostra vera identità come
avvenimenti nella coscienza. Questa distinzione fra la “realtà oggettiva là fuori” e la
“realtà soggettiva nella nostra testa” ha delle implicazioni per il nostro rapporto con
il Creatore.
Seguendo la raccomandazione di Cayce di fare studi comparativi, quando un
gruppo di studenti delle letture di Cayce visitò il Giappone, essi furono invitati a
vedere un santuario scintoista, un luogo sacro della spiritualità indigena
giapponese. Nel santuario, in una posizione importante sulla facciata, nello stesso
posto in cui una chiesa cristiana potrebbe esporre una croce, c’era un grande
specchio. Il sacerdote scintoista dichiarò che lo specchio era il loro oggetto sacro e
soltanto gli iniziati potevano guardarvi direttamente dentro. Per quella ragione il
sacerdote girò lo specchio leggermente di lato. Mentre per la cristianità l’incontro di
Dio e l’Uomo può essere simboleggiato nella croce, per gli scintoisti lo specchio
esprime questa stessa possibilità.
In un altro viaggio di studio comparativo, gli studiosi del materiale di Cayce
visitarono il popolo maya del Messico ed esplorarono una parte della mitologia
maya sulla creazione. I maya credono che la loro sopravvivenza continua come
popolo (al contrario delle culture che non sono sopravvissute) sia un risultato diretto
della loro pratica di dire le preghiere correttamente. Perché questo ha la sua
importanza? Perché, come spiegò l’anziano dei maya, essi credono che Dio esista
nelle preghiere del Suo popolo! In altre parole, la loro intuizione dice loro che Dio
esiga dagli esseri umani di procurare a Dio uno specchio (le loro preghiere) per
consentire a Dio di fare l’esperienze di Se Stesso come reale! Questo è
precisamente ciò che la compagnia con il Creatore procura – un mezzo per il
Creatore per fare l’esperienza di Se Stesso, per mezzo di un rapporto con un altro
essere che rifletta indietro la presenza di Dio. Il nostro essere compagni con il
Creatore significa il nostro “essere con” Dio in modo cosciente nell’intenzione, se
non anche nella nostra consapevolezza. Può essere tanto semplice quanto
prendersi un momento per dire grazie prima di un pasto.
Forse il maggior pregiudizio concettuale che abbiamo nel comprendere la nostra
vera compagnia con il Creatore è che anche noi ci identifichiamo troppo
prontamente con la nostra natura fisica invece che con la nostra realtà spirituale.
Dal punto di vista delle letture di Cayce, non siamo corpi fisici con delle anime,
bensì esseri spirituali a cui capita di fare un’esperienza fisica. Siamo già degli
esseri spirituali! Il problema non sta nel cercare di diventare qualcos’altro; il
problema è, invece, di non vivere all’altezza del meglio che abbiamo già dentro di
noi. La verità della nostra natura divina è illustrata con chiarezza in questa popolare
leggenda indù:
Una volta tutte le persone sulla Terra furono dei, ma peccarono e fecero così
cattivo uso del Divino che Brama, il dio di tutti gli dei, decise che la divinità venisse
loro tolta e nascosta in qualche luogo dove l’umanità non l‘avrebbe mai più ritrovata
e usata malamente. “La seppelliremo nelle profondità della Terra,” dissero gli altri
dei. “No,“ disse Brama, “perché scaveranno nella terra e la troveranno.” “Allora la
caleremo nell’oceano più profondo,” dissero gli dei. “No,” disse Brama, “perché
impareranno ad immergersi e la troveranno anche là.” “La nasconderemo in cima al
monte più alto,” dissero gli dei. “No,” disse Brama, “perché un giorno scaleranno
tutte le montagne sulla Terra e conquisteranno di nuovo la divinità.” “Allora non
sappiamo dove nasconderla dove non può essere trovata,” dissero gli dei minori.
“Ve lo dirò io,” disse Brama. “Nascondetela nel profondo dei cuori delle persone
stesse. Non penseranno mai di guardare là.”
Il materiale di Cayce conferma il fatto che abbiamo dimenticato la nostra vera
natura come figli di Dio. Invece ci siamo tanto identificati con la nostra vita fisica e
le nostre esperienze terrene che non ricordiamo più perché, in primo luogo, siamo
venuti sulla Terra. Semplicemente, la nostra meta è portare in qualche modo il cielo
sulla Terra. Molti hanno creduto, sbagliando, che la meta sia uscire dalla Terra e
hanno persino affermato cose come queste: “Spero che questa sia la mia ultima
vita. Voglio solo andare in cielo e riposare.” Ma questo vuol dire vedere la nostra
eredità da una prospettiva assai diversa da quella contenuta nelle informazioni di
Cayce. In realtà le letture confermano che Dio desidera essere espresso nel mondo
attraverso noi – l’esempio dato da Gesù che è il modello per ogni anima.
Ciò che può essere una sorpresa anche per gli studiosi del materiale di Edgar
Cayce è come la crescita dell’anima di un individuo e la sua capacità di diventare
consapevole di una connessione con il Creatore siano intrecciate. Sotto alcuni
aspetti questa consapevolezza è definita nel materiale di Cayce sulla crescita
spirituale come la lezione sulla “cooperazione”. Ma invece di essere una lezione sul
come andare d’accordo con gli altri, la premessa di Cayce è che la lezione riguarda
fondamentalmente l’apprendere di cooperare con Dio in modo che il Divino possa
lavorare attraverso noi. La realtà di essere compagni e co-creatori con Dio è una
realtà per il presente, non qualcosa che diventa vero al momento della morte fisica
o quando un’anima raggiunge l’illuminazione o il paradiso. In parte, la sfida sta nel
superare la percezione della nostra separazione dal Creatore.

Le letture di Cayce danno dei suggerimenti riguardo alla nostra separazione da
Dio e al sentiero per tornare allo stato desiderato di compagnia. Una via facile per
acquistare esperienza che possa portare ad una comprensione migliore di questo
processo è rivolgere la vostra attenzione alla
respirazione. Smettete di leggere solo per un
momento e concentratevi sulla respirazione per
circa dodici respiri. Quando vi sarete
concentrati sul respiro per un momento, potrete
continuare a leggere.
Secondo i racconti di moltissime persone,
quando avete rivolto l’attenzione alla vostra
respirazione, probabilmente avete in qualche
modo cominciato a correggerla. Ci è quasi
automatico assumere il controllo del nostro
respiro appena vi prestiamo attenzione. Ma
prima di aver rivolto l’attenzione alla vostra respirazione, questa stava andando
avanti da sola, naturalmente. Eravate, per così dire, inconsciamente “tutt’uno” con
la vostra respirazione. Ma appena vi avete fatto attenzione, avete conosciuto la
vostra respirazione come qualcosa che avete osservato, separata da voi, e avete
cominciato a controllarla. Qui l’”ego” è intervenuto per imporsi (p.e. “non stai
respirando abbastanza profondamente”) e ha creato una separazione dallo stato
naturale della respirazione. Esattamente come la vostra respirazione era
un’espressione spontanea della vostra natura prima che vi faceste caso, una volta
che l’avete fatto, avete trasformato la respirazione nel vostro “lavoro”.
Per sapere come potrebbe essere abbandonare questo senso di separazione e
diventare, nuovamente, tutt’uno con la vostra respirazione, ma cosciente di
quell’unione, badate alla vostra respirazione mentre la lasciate fluire. Esaminate
l’affermazione “sono consapevole della mia respirazione e la lascio fluire. Lascio
andare e lascio lo Spirito respirarmi.” Qui potete imparare, in una situazione
semplice, ciò che Cayce intese con “osservare voi stessi mentre vi passate
accanto” mentre riconoscete e confidate nella presenza di una saggezza più
grande che vi guida. E’ una posizione rilassata, recettiva dell’ego - l’ego non è
eliminato, ma diventa un testimone dell’attività della Forza Vitale Creativa nel
tempio del corpo.
Edgar Cayce sostiene che ogni anima abbia dentro di sé il seme della
consapevolezza del Creatore e della compagnia con Lui. La ricerca moderna della
mitologia comparativa e del simbolismo onirico ha dimostrato che la mente
inconscia umana contiene un concetto nascosto di Dio. Che cosa ne è stato?
Descrivendo la “caduta” Cayce fa una distinzione fra la nostra mente sensoriale e
la mente della nostra anima e come questo influisce sull’aspetto di Dio che
possiamo conoscere. Quando guardiamo il mondo con i nostri sensi, facciamo
l’esperienza di noi stessi come separati dal mondo là fuori. I sensi ci permettono di
conoscere il lato impersonale di Dio, l’universo fisico che gli scienziati possono
osservare e studiare. Come percepiamo con la mente dell’anima? E’ attraverso
l’immaginazione. Spesso esprimiamo questo processo quando diciamo che
riusciamo a “vedere col cuore” quello che è invisibile all’occhio. Come Cayce lo
formulò: “Il proposito del cuore è sapere che sei te stesso e tutt’uno con Dio”.
Perciò conosciamo il lato personale di Dio internamente, intuitivamente. E qual è il
lato personale? E’ ciò che ha l’esperienza di “IO SONO”. Forse ricordate quella
famosa espressione uscita direttamente dalle labbra di Dio: “Sono ciò che sono.”
Significa che Dio definisce Se Stesso come quella realtà che è la fonte
dell’esperienza originaria, universale dell’essere, l’esperienza dell’”io sono”. La
nostra intuizione suggerisce che ci sia un punto di congiunzione dove noi e Dio ci
incontriamo. E’ nel cuore della nostra stessa consapevolezza dell’“io sono”.
L’occasione più frequente per conoscere la benedizione di questa connessione
è probabilmente la più importante. E’ quando interagiamo con gli altri! La
consapevolezza che l’esperienza dell’”io sono” dentro di noi è identica
all’esperienza dell’”io sono” dentro l’altra persona offre l’anello per questa
connessione. Diventatene consapevoli, rendetevene conto e onoratela. Il Creatore
in ogni singola persona attende il vostro riconoscimento, la vostra compagnia. I
buddisti si dicono l’uno all’altro “Namaste”, cioè “il Buddha in me saluta il Buddha in
te”. Proprio come la realtà dell’”io sono” è la stessa per entrambi, entrambi
desiderate la felicità. Proprio come avete dei bisogni, così li ha anche l’altro. La
gentilezza e la compassione per l’altro è un risultato naturale di queste prese di
coscienza.
Il materiale di Cayce esprime un sentimento simile. Quando offriamo la nostra
presenza ad un altro con gratitudine, quando siamo disposti a condividere il
momento, ad ascoltare, ad affermare la presenza dell’altro e ad esprimere
gratitudine per essa, siamo sulla soglia del Cielo. Secondo il punto di vista di
Cayce, il Cielo non è qualche posto in cui andiamo da soli quando raggiungiamo la
rettitudine, bensì è un’esperienza che condividiamo con altri quando onoriamo e
serviamo il Creatore in tutti noi. Se il Creatore desidera la nostra compagnia, allora
la offriamo al meglio quando la offriamo ad un’altra persona. Possiamo servire gli
altri in molti modi diversi, ma offrire la compagnia vuol dire servire la
consapevolezza dell’”io sono” che ci unisce. Farlo vuol dire riconoscere la presenza
del Creatore in mezzo a noi, che è la compagnia che, in definitiva, il Creatore
desidera.

Venture Inward, ottobre-dicembre 2010
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