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giovedì 14 novembre 2019

L’Amore di Dio e’ stravagante

Non possiamo sapere quale scena o quali visioni o esperienze hanno condotto
all’illuminazione schiacciante che rischiara l’insieme degli insegnamenti e della vita
di Gesù: non abbiamo testimonianze affidabili del Suo sviluppo spirituale interiore;
la tradizione mistica cristiana non ha conservato resoconti dei diversi aspetti e delle
prove del Suo risveglio (forse perché ha presunto la divinità di Gesù fin dall’inizio
della Sua vita, così che Egli non aveva il bisogno di svegliarsi); il materiale apocrifo
e gnostico che abbiamo sull’infanzia di Gesù Lo presenta inutilmente come un
prodigio spaventoso, francamente incredibile, di introspezione e potere fin dal
principio. Gesù Stesso - per quanto ne sappiamo- parlò raramente, se mai lo fece,
delle Sue esperienze; era parte inerente del Suo messaggio che le azioni e la
“presenza” dovevano parlare più forte che ogni parola o spiegazione metafisica per
quanto ispirante.
Ciononostante è chiaro che nel cuore della vita e degli insegnamenti di Gesù
c’era un’esperienza mistica vivente continua dell’universo risplendente della gloria
di Dio e della Sua Stessa (e di tutti gli altri) identità inerente in quella gloria e del
Regno che emanò la gloria sulla Terra - un regno vivente, effettivo di adorazione,
estasi, carità e autorità radicale che era aperto a chi osava rischiare ogni forma di
comodità, stato sociale e posizione per raggiungerlo, conservarlo e metterlo in
esecuzione. Gesù vedeva e sapeva che l’intera creazione era viva di Divinità;
vedeva e sapeva che nel nocciolo della coscienza umana c’era una scintilla di
coscienza divina in cui la gloria della Divinità è sempre riflessa e che è tutt’una con
la Divinità; vedeva e sapeva che nella mente di Dio questo mondo era già
trasfigurato in uno specchio vivente di misericordia e giustizia divina. Per Gesù, è
chiaro, tutto il compito dell’essere umano stava nel vivere la vita che avrebbe
permesso l’ingresso in una visione così vasta e che avrebbe permesso che la sua
forza e intensità e passione per la trasformazione fosse fluita nella realtà “comune”
in modo che ogni cosa potesse essere cambiata - e cambiata totalmente - per
riflettere lo scopo nascosto di Dio e le leggi eterne nascoste del Regno. Per Gesù
la gloria dell’essere umano era questa possibilità di co-creare e compartecipare con
Dio alla realizzazione in termini effettivi di quel Regno che circondava e infondeva
tutte le cose con la sua verità potenziale. Era per quello scopo che un Dio
misericordioso, amorevole in tutto aveva dotato gli esseri umani dei poteri e delle
possibilità più straordinarie che, Gesù lo comprendeva, dovevano essere liberate
se il piano divino per il mondo doveva svelarsi nel suo pieno splendore.
Non si può enfatizzare troppo spesso che la visione di Dio, che Gesù trasse da
questa esperienza interiore, ha pochissimo a che fare con il giudice cupo,
patologicamente adirato che è un aspetto del Geova del Vecchio Testamento. E
non ha assolutamente nulla a che fare con il Dio che è sopravvissuto in molte
chiese cristiane - un Dio che esige terribili sacrifici e privazioni nel nome della
purificazione e che continuamente “ricompensa” atti eroici di sottomissione e
abnegazione. Il Dio di Gesù è un Dio di misericordia e perdono definitivi; la gloria
che Gesù vedeva e conosceva in Dio era una gloria non semplicemente di potere e
conoscenza onnipotenti ma, oltre ciò, una gloria di amore, un amore così
sconfinato, così traboccante e che si riversava continuamente in ogni modo, che
per Gesù era una bestemmia parlarne in termini ristretti o di giudizio.
La parabola che rivela più chiaramente l’originalità e
l’audacia della visione di Gesù dell’amore di Dio è quella
del Figliol Prodigo. E’ importante ricordare il contesto in
cui Gesù la racconta: “Quindi si avvicinavano a lui tutti i
pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. E i farisei e gli
scribi mormoravano, dicendo ‘Costui riceve i peccatori e
mangia con loro’.” (Luca 15:1-2) Prima di iniziare la
narrazione lunga ed elaborata della parabola stessa,
Gesù cerca di aprire la coscienza dei farisei e degli scribi
(e di confortare i pubblicani e i peccatori) parlando della
grande gioia di Dio per il ricupero dei “peccatori”: ,“Chi di
voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le
novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta,
finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla
tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me,
perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in
cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno
bisogno di conversione.” (Luca 15:4-7)
Già Gesù sta annunciando il tema supremo del Suo messaggio all’umanità -
che l’amore di Dio è stravagante oltre misura, di cuore infinitamente tenero e di
gran lunga più pronto a perdonare che a giudicare. Dopo tutto il pastore non
abbandona la pecora smarrita al suo destino ma lascia le altre novantanove per
andarsene nel deserto per cercarla. Dio non abbandona quelli che Lo
abbandonano, il Padre non “aspetta” semplicemente con pazienza; il Suo amore è
appassionato e urgente; Egli va alla ricerca di chi si è “perso”.
Chiunque pecchi ed abbandoni Dio, Gesù sta suggerendo, incita Dio nel Suo
amore ardente ad “andarlo a cercare”. La misericordia di Dio non è passiva; è attiva
senza riposo nel suo desiderio di ristorare e rinnovare. Circondato da una parte da
“fuorilegge” - peccatori e pubblicani - e dall’altra dai cosiddetti “retti” e “arbitri di
giustizia” - “farisei e scribi” - Gesù ricorda ad entrambi il carattere essenziale di Dio
e quella misericordia divina che trascende sia peccato che rettitudine, che esiste in
una dimensione di amore assoluto oltre la portata (e la comprensione) di entrambi.
Gesù continua la Sua esplorazione della misericordia e della gioia di Dio, ma
usa un esempio femminile: “O quale donna, se ha dieci pezzi d’argento e ne perde
uno non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non lo
ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi
con me, perché ho ritrovato il pezzo d’argento che avevo perduto.” (Luca 15:8-9)
L’uso qui da parte di Gesù di un’immagine femminile non serve solo per
“addomesticare” ciò che Egli sta dicendo e per renderlo più attuale, addirittura
familiare; è, credo, per indicare in modo sottile la natura materna di Dio, la “Madre”
nel “Padre”. Dio è pastore e casalinga, maschile e femminile; l’amore del Padre,
Gesù lo sa, ha una tenerezza materna e un’apprensione amorevole, materna.
Proprio come nell’esempio precedente del pastore che gioisce quando ha
trovato la sua pecora smarrita, Gesù fa invitare alla donna che ha trovato il suo
mancante pezzo d’argento tutti i suoi vicini per una festa di celebrazione; il ricupero
di un “peccatore” e la rimessa in salute di un’anima perduta non è semplicemente
un affare fra gli esseri umani e Dio, bensì un’occasione di gioia per un’intera società
e per tutto il mondo. Tutti gli esseri (e questo include i farisei e gli scribi che si
nascondono dietro la “rettitudine” e il “giudizio”) sono chiamati a partecipare allo
splendore della misericordia di Dio e a bagnarsi nelle sue acque impetuose viventi:
partecipare alla gioia che tutto include di Dio è vita autentica. Un mondo sano,
Gesù sta dicendo, sarebbe uno in cui “peccatori” e “fuorilegge” non verrebbero
trattati con disprezzo, giudizio ed esclusione, ma sarebbe uno in cui dove ogni
sforzo verrebbe fatto per aiutarli e “ricuperarli” e per attirarli di nuovo nel mondo
vivente di amore e comunione. Tale sforzo rispecchierebbe, in termini umani, lo
sforzo incessante dell'amore di Dio Stesso di aiutare e “ricuperare” tutti gli esseri.
E’ in quel momento, con il terreno della Sua visione preparato, e con la
misericordia e la preoccupazione di Dio invocate e elogiate che Gesù racconta la
parabola del Figliol Prodigo in cui tutti i Suoi temi sbalorditivi sull’amore infinito del
Padre sono intrecciati:
“Disse ancora: ‘Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre,
dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze.
Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese
lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso
tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel
bisogno. Allora andò e si mise al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che
lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che
mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.
‘Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno
pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli
dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere
chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni.
‘Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano, il padre lo
vide e, commosso, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse:
Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser
chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello
e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso,
ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è
tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
‘Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì
la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il
servo gli rispose: E’ tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello
grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò. E non voleva entrare. Il
padre allora uscì a pregarlo.
‘Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai
trasgredito a un tuo comando e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con
i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio, che ha divorato i tuoi averi con le
prostitute, è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre:
Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e
rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed
è stato ritrovato.” (Luca 15:11-32)

Ciò che colpisce ogni lettore che medita su questa parabola per molto tempo è il
comportamento estremamente poco patriarcale del padre. Suo figlio più giovane
chiede la sua parte dell’eredità (cosa che in termini contemporanei era scioccante,
equivalente infatti al desiderio di vedere morto suo padre):
non solo suo padre non lo rimprovera, egli non dice nulla e
gliela consegna, rispettando la libertà della scelta del figlio e
mettendo a rischio la ricchezza della sua famiglia. Poi,
quando il padre “vide” suo figlio battuto e penitente ritornare
da “lontano”, egli non rimase dov’era, aspettando che suo
figlio ritornasse da lui e chiedesse perdono; dimenticò ogni
dignità “patriarcale” e ogni dolore che potesse sentire e, in
modo quasi vergognoso, “ebbe compassione e commosso
gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”. Non aspettò
che suo figlio lo abbracciasse o anche che si scusasse; con il
cuore colmo superò ogni “biasimo” e lo accolse in un
abbraccio libero e totale. Questo “Padre” non è affatto come l’austero e furioso
Geova del Vecchio Testamento; nulla nel suo carattere aderisce alla “rettitudine” o
al “giudizio”; l’essenza e il nocciolo della sua intera natura è la compassione, una
compassione che vede immediatamente che il figlio si è giudicato da sé per mezzo
dell’abbandono dell’amore del padre e per la terribile sofferenza in paesi stranieri e
che ora ha solo bisogno di essere rimesso nella sua vecchia “posizione” e alla sua
dignità essenziale per essere guarito. L’unica autorità che questo padre pretende è
quella di un amore che desidera solo benedire.
Dapprima il figlio è ancora troppo perso nella sua colpa per essere in grado di
comprendere o anche di immaginare la profondità e l’abbandono che tutto
comprende del perdono di suo padre. Gesù illustra qui meravigliosamente come
l’anima “peccatrice”, a causa della sua stessa vergogna (che essa si procura da sé
dimenticando le leggi di Dio e la sua stessa dignità), non può comprendere
l’impetuosità dell’amore di Dio, e tuttavia, cosciente a metà, si nasconde da esso
nel disprezzo di se stessa. Il figlio dice: “Non sono più degno di essere chiamato
tuo figlio.” Il padre qui non dice nulla; agisce; la sua compassione trabocca in atti
stravaganti di benvenuto e benedizione. Il figlio è preparato per essere trattato
come un “salariato”: il padre chiede il vestito di un ospite distinto. Il figlio non si
sente più degno di essere chiamato “figlio”: il padre fa portare un anello da mettere
sul suo dito, un anello di eredità, e delle scarpe per i suoi piedi. Per Dio ogni anima
è sacra e benedetta ed è sempre figlio di Dio; l’anima può dimenticare la sua casa
e la sua eredità e la sua identità, ma Dio non dimentica mai ed agisce in migliaia di
modi segreti e manifesti per ricordare all’anima la sua vera natura e ricompensa il
minimo movimento di “ritorno” con dimostrazioni generose di onore e riconoscenza.
Proprio come il pastore e la casalinga, quando trovarono ciò che avevano
perduto, il padre nella parabola ora chiede che venga fatta una grande festa in
onore di suo figlio. “Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo
festa.” Dio vuole che tutto l’universo si rallegri con Lui quando uno dei Suoi figli
ritorna da Lui; la Sua gioia si estende in tutta la creazione e la illumina, creando vita
sempre più abbondante.
A questo punto della storia, Gesù rivolge la Sua attenzione al fratello maggiore,
il retto che era sempre stato un “bravo ragazzo” e che, Egli lo rivela ora, ha anche
bisogno di guarire. Proprio come gli “scribi e i farisei” si nascondono dietro regole e
leggi e dietro il loro senso di rettitudine superiore e quindi non riescono a capire
l’impetuosità dell’amore di Dio per tutti gli esseri e non possono partecipare al suo
perdono e al suo trasporto incondizionati, così il fratello maggiore è furioso per il
trattamento che suo fratello dissoluto sta ora ricevendo. Egli fa notare a suo padre
che ha sempre seguito esattamente ciò che suo padre gli aveva detto “e tu non mi
hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici”. Il figlio maggiore è chiuso in
un mondo “religioso” di legge, responsabilità, obbligo, paragone; la sua anima non
è libera di amare con l’amore di suo padre o di essere compassionevole e
conoscere la gioia della compassione. E’ intrappolato nell’ombra della “rettitudine” ,
Gesù sta implicando, proprio come lo sono gli “scribi e i farisei”.

Proprio come non giudica suo figlio più giovane, bensì lo
abbraccia, così il padre non giudica suo figlio maggiore,
bensì cerca di aprirlo al prodigio e alla passione del suo
stesso amore. “E gli disse, Figlio [in greco ‘tekton’ - un
diminutivo tenero che significa bebè o bimbo], tu sei sempre
con me e tutto ciò che è mio è tuo.” Questo “tutto” non
significa solo tutti i poteri e beni del padre ma anche “tutte”
le glorie dell’essere interiore del padre. Il padre sta dicendo
al suo figlio maggiore: “Hai in te ogni cosa che io ho in me,
così anche tu puoi sperimentare la grande gioia risanante
che io sto sperimentando; anche tu puoi vivere nel sole
della compassione incondizionata.”
Quindi il padre continua: “Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo
fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.” Il padre ha
cercato di guarire il dolore del figlio più giovane dandogli la dignità dell’”essere
figlio” con grande amore e felicità; ora il padre cerca di guarire l’angoscia più sottile
ma altrettanto profonda e limitante del figlio maggiore rivelandogli la vera natura del
Regno di Dio - che la compassione sconfinata è il suo centro e che “far festa”, una
festa divina, è la sua espressione più accurata nonché più bella.
Gesù Stesso espresse continuamente il Suo amore per gli esseri e per la vita
in feste e ripetutamente parlò del Regno come di una festa o un banchetto al quale
Dio invitava tutti. Nella parabola del Figliol Prodigo, Gesù dimostra, con abituale
bravura psicologica, che questo Regno ha due nemici principali - il “peccato”, che
allontana l’anima dalla gloria della sua natura essenziale, e quella “rettitudine”
limitata, fatta dall’uomo che intrappola gli esseri in un amor proprio che tutto
giudica, che vieta ogni partecipazione alla gioia illimitata di Dio. Entrambi
appartengono al regno dell’illusione; la realtà è festa, la gloria della compassione, il
Regno a fuoco con la festività della celebrazione. Questa realtà è l’unica, sta
dicendo Gesù, che sia degna della nostra attenzione perché è la realtà della natura
di Dio, è lo splendore del vero Padre.
Dando questa versione della misericordia e della compassione del “vero” Padre ad
un pubblico di “peccatori” e “farisei”, Gesù stava cercando simbolicamente e con
enorme coraggio mistico di guarire il malessere essenziale della Sua - e della
nostra - cultura “patriarcale”, la sua paura di un Dio creato a sua propria immagine
feroce, crudele, selvaggia, punitiva. Questa “proiezione” aveva - ed ha - una forza
terrificante e mantiene l’umanità agonizzante, depressa ed ossessionata da
“regole”, “leggi” e “regolamenti”; è questa proiezione dopo tutto ad aver giustificato
tutte le forme di gerarchia patriarcale ed i sistemi di “purezza” ed “esclusione”.
La visione di Gesù del Padre, come rende evidente la parabola del Figliol
Prodigo, non ha nulla a che fare con la figura di giudice distante, vendicativo e
terrificante che era il Geova del Vecchio Testamento, quel Padre terribile che fece
sì che i “pubblicani e i peccatori” fossero convinti della loro indegnità e che gli
“scribi e farisei” si ritirassero dietro una facciata di santità spaventata. Il Padre di
Gesù è il Padre incontrato nella più profonda esperienza mistica, un Padre che è
anche una Madre, la cui natura è amorevole oltre ogni immaginazione umana, il cui
più profondo desiderio non è il giudizio, ma la riconciliazione e l’armonia festosa fra
esseri nati dall’amore. E’ questo Padre che Gesù chiama, sopraffatto dall’amore,
“Abba”, papà: è a questo Padre e alla Sua infinita tenerezza che l’intera vita di
Gesù è dedicata. E’ questa visione di un Padre che è anche femminile a forgiare in
modo crescente la natura spirituale stessa di Gesù, attirandoLo sempre più
profondamente nell’amore sacrificale e a fare di Gesù Stesso un supremo esempio
di equilibrio umano divino fra “maschile” e “femminile”, un Padre-Madre Egli Stesso,
l’antitesi e il nemico radioso del patriarcato in ogni Sua parola, in ogni gesto e in
ogni movimento amorevole.
Per Gesù, è chiaro, la cosa essenziale fu destarsi fino all’estremo dell’amore
del Padre, l’estremo della Sua passione per tutti gli esseri e tutte le cose e anche
l’estremo del Suo desiderio di vedere tutto il mondo trasformato dal Suo potere
sacro e nel Suo nome eterno. Ogni filosofia o usanza, per quanto fosse santificata
dalla tradizione, ogni sistema di potere o influenza che preveniva l’esperienza di
questo amore ed impediva la sua espressione in tutti i campi della vita, stava
distruggendo il piano dell’amore e si stava ribellando tristemente o in modo
demoniaco contro la verità del Regno.
Questa verità dell’amore divino e del perdono divino - e la sfida di applicarla
con sempre maggiore concentrazione e fervore - non viene da Gesù collocata nel
futuro. E’ ora chiaro alla maggior parte degli studiosi che Gesù non era un profeta
escatologico che predicava continuamente sulla fine imminente del mondo: i
passaggi nel vangelo di Matteo che trattano del Giudizio Finale sono quasi
certamente versioni posteriori.
Per Gesù il Regno era una realtà mistica attuale, l’unica realtà autentica alla
quale tutti gli altri amori e tutte le altre azioni devono essere diretti; il suo splendore
è sempre intorno a noi e solo la nostra cecità e i nostri attaccamenti disperati, spinti
a tutte le varie forme di saggezza convenzionale, ci impediscono di vederne la
meraviglia, di vivere in esso e di esprimerlo vivendo in modo che gli altri possano
prendere fuoco dal suo fuoco. Nel Logion 113 del vangelo di Tommaso “I Suoi
discepoli Gli dissero: ‘Quando arriverà il Regno?’ E Gesù rispose: ‘Non verrà
aspettandolo. Non sarà una questione di dire ‘Eccolo qui’ o ‘Eccolo là’. Piuttosto il
Regno del Padre è diffuso sulla terra e gli uomini non lo vedono.”

La porta per accedere al Regno - ad un rapporto
unificante, interconnesso di carità umana divina con tutte
le cose e tutti gli esseri e alla vita di servizio e
celebrazione totali di altri che deve sgorgare da esso - è
sempre aperta. Ripetutamente, come nella parabola del
Figliol Prodigo, Gesù chiarisce che la realtà è un
banchetto al quale tutti sono sempre invitati - un
banchetto di nozze nel quale il matrimonio fra spirito e
materia, Terra e cielo, ragione e passione, intelletto e
divino amore viene sempre e continuamente celebrato in
uno splendore di divina bellezza e gloria.
E’ anche chiaro che Gesù sapeva che la partecipazione a questo regno di festa
è aperta, senza eccezione, a tutti. L’universo è un matrimonio sacro fra Dio e la
materia, lo spirito e la carne, un’emanazione santa del tutto sacra di amore divino; il
destino della vita umana è vivere questo sacro matrimonio qui sulla terra, con una
coscienza il più possibile completa e compassionevole.
Nel Logion 3 del vangelo di Tommaso Gesù dice: “Se coloro che vi conducono
vi dicono ‘Vedete, il Regno è nel cielo,’ allora gli uccelli del cielo vi precederanno.
Se vi dicono ‘E’ nel mare’, allora i pesci vi precederanno. Il Regno è piuttosto dentro
di voi e fuori di voi. Quando conoscerete voi stessi, allora sarete conosciuti e vi
renderete conto che siete voi ad essere i figli del Padre vivente. Ma se non vi
conoscerete, dimorerete nella povertà e siete voi ad essere quella povertà.”
In questa dichiarazione intensamente radicale Gesù respinge tutti i tentativi
religiosi passati a collocare il Regno di Dio al di fuori del tempo, nello spazio o in
“cielo”. Sono queste designazioni ben intenzionate, ma ignoranti della presenza di
Dio in qualche “altro dove mistico” ad aver tenuto l’umanità assoggettata alla
depressione e a tutti gli schemi della depressione. Il Regno non è nel cielo o nel
mare; se lo è, allora gli “uccelli” e i “pesci” vi “arriveranno” prima, e ciò è
ovviamente un’assurdità: nell’esperienza stravolgente di Gesù il Regno è ora, è qui,
è nel nucleo più intimo della realtà stessa, il fuoco di amore e giustizia che arde nel
cuore di tutte le cose e di tutti gli esseri. “Il regno è dentro di voi”, Gesù sta dicendo
a tutti noi; è la nostra coscienza più intima, quella coscienza divina in noi che è la
nostra vera coscienza la quale, tutt’uno con la Divinità, vede e conosce
intuitivamente il reale come il gioco e l’opera dell’amore; cercarlo altrove vuol dire
camminare nell’oscurità.

Venture Inward, maggio/giugno 1999
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