La Sindrome di Morte Infantile Improvvisa
                               Gladys Taylor McGarey, M.D.

     Furono le ore 5.30 del mattino a Wellsville, Ohio, quando fui svegliata dal telefono, ed una mia paziente stava singhiozzando dall’altra parte della linea. L’avevo aiutata a partorire un bimbo 18 mesi prima. La notte precedente, quando aveva messo il bimbo a letto, stava proprio bene, un bimbo felice di 18 mesi. Quando andò nella sua stanza quella mattina trovò che egli aveva smesso di respirare.
     Questa fu la mia prima esperienza con la sindrome di morte infantile improvvisa, e non fui solo scioccata, ma devastata. Non riuscii a dare un senso a quello che era successo. I genitori si sforzarono a pensare che cosa avevano fatto, cosa avrebbero potuto fare, cosa era accaduto, e non riuscirono a trovare alcuna risposta.
     Feci fare un’autopsia e non riuscimmo a trovare alcuna patologia; apparentemente il neonato non aveva avuto alcun problema. Anch’io lottai con me stessa, cercando di riuscire a capire che cosa avevo fatto o non avevo fatto che avrebbe potuto contribuire a questa morte di un bimbo perfettamente sano. Non avevo le risposte e, sebbene ci siano molte teorie nella medicina convenzionale riguardo alla causa della sindrome di morte infantile improvvisa, ancora non abbiamo una vera risposta e continuiamo a combattere mentre cerchiamo le risposte.
     I medici e le famiglie allo stesso modo sono perseguitati da domande, quando vengono confrontati con la morte di un bambino, indipendentemente dalla causa. Ma solo quando mi imbattei nel materiale di Edgar Cayce fui in grado di vedere qualche senso in queste situazioni e di toglierle dal contesto emotivo profondo. Il materiale di Cayce non scusa gli errori; non elimina il fatto che la gente faccia degli errori e che il loro atteggiamento e le loro emozioni influenzano il neonato. Però nella lettura che venne fatta per [2390] riguardo alla sorella maggiore di Edgar Cayce, Leila Beverley Cayce, che morì in tenera età (nonché in altre letture simili nelle documentazioni che abbiamo a disposizione) cominciamo a farci un’idea del piano eterno che ha un ruolo nella sindrome di morte infantile improvvisa.

     Le seguenti citazioni sono dalla lettura 2390-2:

     “ . . . rispetto all’ingresso e l’attività e la partenza, l’influenza su quelli intorno all’entità e quella sull’esperienza dell’anima dell’entità . . .

     “Perché la partenza e l’ingresso nel presente coprirono un ciclo terreno . . . L’entità partì il 24 agosto 1876. Entrò di nuovo il 24 agosto 1910. Quindi un ciclo.”

     Nell’incarnazione precedente l’anima si era impegnata in “quell’attività che fece sì che l’entità cercasse la meditazione più profonda - come indicato - o di realizzare la decisione di non vivere."

     “Poiché la vita stessa – com’è stato dato - è una manifestazione di Dio. Così un’anima, un’entità, può rimanere aggrappata alla vita fintanto che vuole obbedire a ciò che è la coscienza riguardo al rapporto dell’entità con la vita - o Dio.

     “. . . condizioni che producono il desiderio da parte di tale entità di non mantenere la coscienza nella materialità. Così essa cerca dei modi, delle maniere - come fece questa entità - di ritornare a quell’obliterazione in cui la sua coscienza in quel periodo diventa consapevole di . . .
     Potete chiedere - giustamente - perché tali impulsi sono così ben determinati nell’esperienza come viene indicato qui. Perché, come dato, [sono] di un unico ciclo. Poiché, ricordate - la morte sul piano materiale è nascita sul piano spirituale-mentale. La nascita sul piano materiale è morte sul piano spirituale-mentale.
     Non chiamatelo immaginazione. Perché - dato che ne avete guadagnato e dato che ha fatto o costruito quel legame per mezzo dell’attività durante l’esperienza, che ha portato una sintonizzazione spirituale a coloro che avevano conosciuto l’entità anche solo per la durata dei due anni e otto mesi (precisi) - può derivarne un’utilità, nel forgiare la capacità di avere - fisicamente - ciò che essa desidera e spera fortemente - la pace in Lui.”     

     Ho potuto cogliere dalle letture di Cayce una comprensione più profonda sul perché una persona entra in questa vita e che cosa significa la durata della vita. Noi tutti abbiamo delle lezioni da imparare l’uno dall’altro. Che siano lezioni che l’anima stessa impara in un breve periodo di tempo (persino nell’utero) e/o le lezioni che chi è associato all’entità deve imparare, si può cominciare a capire che la durata di vita di un’anima è veramente determinata dalle lezioni che quell’anima deve imparare e come quell’anima insegna alla gente con chi ha a che fare nell’esperienza di vita. Questo non parla di una cessazione cosciente, premeditata della vita. Parla dell’espressione interiore e profonda dell’anima. La lunghezza di vita in questa dimensione non è una cosa banale, bensì è determinata dalle lezioni che dobbiamo imparare.
     In qualche modo sapere che c’è un piano che è più grande di quanto ne siamo coscientemente consapevoli mi è stato enormemente utile nell’affrontare le tragedie della vita.
                                                           (Venture Inward, marzo/aprile 2000)